donne

Luglio 3, 2008 by pessimesempio

Belle queste immagini della Betancourt appena scesa dall’aereo ( da ascoltare senza audio, mi raccomando): una donna davvero splendida.

Questo invece, ascoltatelo con l’audio: quante cazzate, se mi è consentita l’espressione.

(io sempre senza rete)

del come è che ancora non sono collegata

Luglio 2, 2008 by pessimesempio

Funziona così: sabato torno a casa verso l’una e mio figlio è in rete. Poi spegne tutto e viene a tavola. Poi quello più grande- dei figli- mi dice che il suo pc non va in rete e io guardo con il mio e in effetti non visualizza niente neppure quello, del tipo che si connete ma poi non riesce a visualizzare la pagina. Allora telefono alla telecom e un ragazzo giovane, gentile, mi dice che comunica il messaggio e che verrò avvisata quando tutto viene messo a posto. Ma non mi dice cosa sta succedendo. Vabbuò.

Passano i giorni, passano pigri. Riprovo a chiamare, mi dicono che entro martedì il guasto sarà risolto. Vabbuò.

Da ieri non ho più la linea telefonica, tutto è muto, anche se quando chiamo da fuori dà un segnale di libero. Telefono per avvertire di questo nuovo inconveniente e mi dicono, meno gentilmente, che il guasto aggiunto è stato segnalato e che si prevede di riparare il tutto entro giovedì. Vabbuò.

Stamani speranzosa vado alla Biblioteca delle Oblate, una nuova biblioteca aperta da un anno, con tanto di wireless, ma il mio pc portatile non riesce a rilevare la connessione senza fili e quindi non posso usarlo. Vabbuò.

Diciamo che a volte mi pare che le macchine ce l’abbiano con me, o meglio mi pare che ci siano strane relazioni e fluidi malefici che si trasmettono da me alle macchine. Oppure è l’età ed è bene che mi metta a fare l’uncinetto.

Per ora non sono molto nervosa, ma sento che sta montando. A bientot, se ce la facciamo.

delle interruzioni del servizio

Giugno 30, 2008 by pessimesempio

Non mi funziona la connessione. Sto aspettando che i tecnici della telecom ( mi viene sempre da dire SIP) intervengano e capiscano (loro) quello che non mi funziona. Non che soffra, a dire il vero. Anzi, mi pare quasi una meritata vacanza. A bientot, mes amis ( ci va la -s? direi di sì).

di me che sogno e mi risveglio tutta sudata

Giugno 27, 2008 by pessimesempio

Sono davanti, sul tratto di spiaggia che scende verso il mare. Seduta per terra, con luigi accanto, stiamo leggendo. A un tratto alzo la testa e vedo un’onda grigia che mi passa davanti e gira lungo il fianco destro, alzandosi come un’onda da surf enorme, giro gli occhi e la testa per seguirne il percorso e le spalle e il busto vengono dietro nel movimento. Mi rendo conto che quel muro grigio di acqua ad un certo punto si richiuderà su se stesso e sommergerà per lunghi secondi trascinandolo verso il mare tutto quello che c’è alle spalle e me e luigi. Allungo il braccio destro dietro di me a cercare la mano e il braccio di mio figlio, in due ci si può sostenere, ma l’acqua grigia già ci ricopre e ne afferro solo due dita. Sento il contatto  chiudendo gli occhi. Capisco che quando si va sotto il problema è quanto durerà. Sommersi dal grigio, RESPIRA- gli urlo- RESPIRA.

Dio, che risvegli che tengo.

estate

Giugno 25, 2008 by pessimesempio

C’è aria di smobilitazione, in giro. Da qualsiasi parte girelli trovo più o meno gli stessi post e qualche commento qua e là degli irriducibili. Io stessa non ho più la voglia che avevo qualche mese fa, di raccontare, parlare, spiegare, arrabbiarmi. Mi trascino un po’ stancamente qui davanti e provo a battere con le dita sui tasti per vedere se viene fuori qualcosa di sensato. Fa caldo, fuori, dice che ieri son morti sei anziani per la temperatura estiva. Ieri sera sui lungarni tutti accalcati a vedere i fochi . Ho deciso di fermarmi con la bicicletta prima del fiume e l’ho fissata all’impalcatura di una casa.  Davanti al portone una ragazza si lamentava,  stringeva al petto una borsa di pelle logora un po’ fuori moda, aveva  denti radi e rovinati, diceva di aspettare  da due ore il suo uomo che non arrivava : “Aiutatemi, per favore, aiutatemi. Voglio il mio uomo”. E’ arrivata un’ambulanza, sono scesi quattro volontari che la stavano cercando e giravano la testa in qua e in là con agitazione e smarrimento in mezzo a tutta quella folla che avanzava verso il fiume e si muoveva lenta. Le macchine e i motorini ingorgavano le strade.  Abbiamo indicato la ragazza sul portone. Eccola, è là, ha gridato una di loro. Dopo due ore erano ancora davanti al portone,  due medici vestiti con le tutte rosse e bianche, lei con i guanti di lattice  e lui sorridente e abbronzato, ogni tanto venivano fuori sul marciapiede e si appoggiavano alle transenne a chiacchierare con quelli dell’ambulanza. La porta dell’appartamento a piano terra era aperta, si vedeva una luce rossa soffusa sulle pareti: aspettavano che si addormentasse. Non capisco come mai non si addormenta, con tutti i farmaci che ha preso, ha detto una delle volontarie, un po’ grassoccia, biondo tinta e evidentemente stanca. L’ambulanza era rimasta bloccata dal gran traffico di macchine e se ne stava lì asepttando che la gente sfollasse.  Aiutatemi, per favore, aiutatemi.

i cuccioli della mia specie

Giugno 20, 2008 by pessimesempio

Sermone ai cuccioli della mia specie

Cari cuccioli,
vi ho guardato a lungo.
Ero lì nascosta nel buio
e vi guardavo giocare,
nascosta nel buio come una carogna,
come una spia che studia
il nemico, come un ladro che aspetta
il momento buono,
come un terrorista
che guarda a distanza
e fa i suoi piani d’innesco.
Io vi guardavo ammutolita,
intenerita da voi,
cari cuccioli della mia specie,
e poi anche disgustata da voi
che eravate lì inermi a un palmo dal
mio naso.

Siete indeboliti cuccioli. Siete
Spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati.
Sfiniti siete. Siete vinti.

Io vi guardavo da una quasi nausea,
da tutto quel buio: ricordavo
un’antica infelicità d’infanzia, un’antica
paura.
Ricordavo bene quell’essere fra gli
Altri, spersa, sola.
La mia paura me la ricordavo,
guardando la vostra. Ricordavo bene
il mio sguardo, come se lo avessi
sempre visto da fuori:
sbigottito, quasi non ci credevo
d’essere in questo mondo,
non me lo spiegavo, il mondo,
non mi raccapezzavo.
Come precipitata ero,
dalle altezze caduta molto giù,
molto di lato, nel mondo degli uomini
e delle donne. Nel mondo
delle case di mattoni.
Nel mondo dove si lavora e
Si mangia e si dorme e
Si fa la cacca ogni giorno
E ogni giorno si fa la pipì
Tante di quelle volte e si mangia e
Si dorme e ci si lava la faccia.

Da dentro quello sguardo,
chiusa lì dentro
nella mia fortezza
io guardavo il mondo dei grandi e
provavo una grande pietà.
Io li sentivo che piangevano dentro.
Sentivo che non ce la facevano.
Li sentivo gridare dentro. Con muri
dentro, con scarafaggi e muffe,
dentro.
E un giorno,
quando ero molto piccola,
ho fatto giuramento,
un giuramento infante,
senza le parole, ma chiarissimo
e sonante:
io me li prendo tutti nel petto
e li scampo
li porto in salvo.

Ho giurato così,
senza dire neanche una
di queste parole,
ma con tutte queste parole più forti cento volte.
Nel mio letto, vicino al grande
Armadio con lo specchio,
fra le sponde alte di legno,
con la sorella vicina che tossiva,
giuravo forse ogni notte, per quella
tosse, per la faccia stanca
del mio babbo, e per tutte le facce
dei grandi,
coi loro segni come di grande pena.
Una bambina nel suo letto
ha fatto il giuramento,
recitato la formula che salva,
forse ha vinto sulla morte
e sul mondo.

Aspettavo il giorno in cui mi
avrebbero detto il grande segreto.
Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro
non dire niente
si nascondeva la grande verità.
Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano
tutto quello che io non sapevo.
Sentivo che un giorno me lo
avrebbero detto
e io avrei capito il mondo
e non avrei sofferto come loro,
perché loro stavano già soffrendo
anche per me. Sentivo e aspettavo.

Poi molto piano, molto in ritardo,
molto piano, millimetro dopo
millimetro,
in un lavoro di tic tac e minuti molto
piccoli, piano piano,
sono passata di là,
sono caduta del tutto nel mondo,
appiattita, schiacciata al suolo
in un lento atterraggio.

Adesso, cari cuccioli, io sono grande.
Sono molto grande.
Sono quello che mai e poi mai
avrei voluto essere:
una persona grande.
Adesso io sono dei loro.
Adesso lontanissima sono
dai miei favolosi sette anni,
quando ero un genio buono,
uscito da poco dalla lampada,
e un filosofo ero, ma senza
le parole, un grandioso poeta
analfabeta, un artista senz’arte.

Adesso da qui, da questo esilio duro,
da questo corpo con peso, da questa
mente complicata,
da questa mente ingombrante,
da qui,
da questo buio che è tutto il mio,
da qui vi guardo, adorandovi.
Vi chiedo aiuto.
Una parte di me vi supplica,
vi implora, vi chiede aiuto e aiuto.
Adesso tocca a voi salvarmi, fare
Il giuramento.
Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite?

Sentite?

Dicono che siete rotti.
Siete sazi, dicono. Corrotti.
Rovinati siete, come tutto il resto.
Anche voi nella lista lunga delle
Perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio,
il pudore… Anche voi.
Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e
Troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi.
Vuoti.

Allora adesso imparate.
Imparate l’odore dei nemici potenti.
Sbranate, cuccioli, le loro mani piene.
Scassate le loro tane come galere.
Sputate sui loro piatti, incendiate le
Stanze gonfie di giocattoli,
scappate, morsicate, tirate pietre sui
televisori, scalciate, spaccate questo
micidiale nostro sogno, l’inesauribile
bisogno di confort,
fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci
per avere fatto di voi
le nostre miniature
per avervi disinnescati, resi innocui,
per non avervi ascoltati, nel vostro
sommo sapere.

Voi che eravate le porte
del regno dei cieli
e chi non passava da voi non passava
voi che eravate purissima gioia
voi che eravate noi bloccati nella
più grande bellezza
voi che somigliavate ai cuccioli
degli altri animali
voi che capivate lo splendore
misterioso degli animali
voi che dormivate un sonno perfetto
e benedetto
voi che vi svegliavate ridendo
voi che facevate balletti strepitosi.
Voi, nostre divinità domestiche.

Nascete ancora, cuccioli. Restate.
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.
Siate.

Mariangela Gualtieri

Lo so che non bisognerebbe sempre affidarsi alle parole scritte da altri, lo so. Ma ho ritrovato questo pezzo in una cartella abbandonata sul disco fisso e le cose che ci sono scritte rendono così bene anche certi miei vecchi stati d’animo che non posso fare a meno di metterlo qui, a futura memoria. Anche se, lo ammetto, in certi passaggi, il testo risente un po’ di un’idea quasi mitica dell’infanzia e della giovinezza, come insomma se i bambini fossero tutti puri e tutti buoni. Forse è così, è che si sciupa sempre più precocemente questa innocenza naturale.

Dico vecchi stati d’animo perchè ho proprio l’impressione di essere andata oltre e non avere neanche più la capacità di parlare ai “cuccioli della specie umana”, come invece sentivo di avere una volta. In certi casi queste parole, non avere neanche più la capacità di parlare, sono pronunciate con una certa rassegnazione, come se l’andare avanti del tempo non potesse portare altro che questo come dono. Ma mi sembra comunque un invecchiare precoce e rassegnato e vorrei contrastarlo.

Infatti altre volte queste stesse parole sono pronunciate con rabbia e nascondono lo sforzo di continuare a comunicare in qualche modo.Uno sforzo che si rivela sempre più difficile perchè cosa possiamo insegnare noi  a questi cuccioli ? A volte mi sembra ben poco.

L’altro giorno stavo pensando alla differenza tra la mia generazione e quella dei miei genitori e mi veniva da riflettere sul tema del ricordo e della memoria e di come memoria e ricordo che venivano trasmessi dai nostri genitori a noi più giovani- mi ricordo racconti sul passaggio del fronte o storie legate al periodo in cui mia madre era sfollata con una parte della sua famiglia o storie su mio nonno che non voleva la tessera fascista o su mio padre che uno degli ultimi giorni di guerra andò in Casentino tra i partigiani oppure le bombe che cadevano sulla stazione di Arezzo o i tedeschi che mentre fuggivano portarono via i prosciutti che il nonno aveva in cantina- che venivano trasmesse anche attraverso i luoghi che avevamo di fronte -la zona dove era costruita la casa di mia nonna era stata bombardata, uno degli ultimi giorni di guerra, ma per loro grande fortuna, erano una famiglia molto numerosa, una serie di sorelle della nonna e fratelli del nonno che abitavano insieme, erano state colpite solo le case di fronte alla loro e la casa che era sul retro e di questa casa rimanevano anche quando io ero piccola e giocavo nel cortile dei nonni dei frammenti attaccati, mattonelle bianche che spiccavano qua e là fra i mattoni o qualche muro sbrecciato, un indizio di scala. Ecco noi, noi giovani allora, avevamo davanti agli occhi le cose come erano state, le cose, i muri delle case, le strade, le persone, raccontavano una storia, potevano farlo ancora.

Poi tutti questo si è perso: i nonni non esistono quasi più come figure, o almeno questa è l’esperienza che io vivo. Troppo occupati a vivere la loro vita forse inaspettatamente prolungata rispetto a quello che un tempo si poteva pensare. E noi non abbiamo niente da raccontare, niente che non suoni nostalgico.